Perché un Coach?

June 7, 2020

Perche affidarsi a un coach anche se non si è sportivi oppure fans di Al Pacino in “ Ogni maledetta domenica”?
Parlare di coaching per definirne l’obiettivo assume sempre il sapore di uno spot pubblicitario che poco si addice agli intenti. 
Lo spirito del coaching, a differenza di ciò che comunemente si pensa, non è motivazionale o esortativo o addirittura spronante, questo forse appartiene più ad un originario coaching sportivo, in cui la prestazione diventa l’obiettivo principe e il risultato la meta agognata.
Il coaching di cui parlo, è il life coaching, il coaching aziendale, quello formativo o orientativo, quello trasversale a scelte consapevoli che appartengono a tutte le età e a tutti i contesti, quello che definisco generativo, nel senso etimologico del termine, cioè che si genera da una materia già esistente.
Spesso ha addirittura una funzione autogenerativa, il coaching di cui parlo. Fornisce a chi si relaziona con un coach la possibilità di vedere ciò che fino a quel momento era rimasto in ombra, rende il coach strumentale alla crescita e alla conoscenza individuale, non il contrario.
Mi pare interessante sottolineare “in ombra“ non assente, cioè si impara ad usare quella capacità di guardare se stessi e gli altri con occhi più curiosi, a volte più benevoli, dando la giusta importanza alle relazione e ai desideri, scoprendo o riscoprendo la vera essenza individuale, la propria unicità, in una ricerca di benessere personale e collettivo, in cui gli anche gli obiettivi da raggiungere diventano strumenti di evoluzione personale.
Si parte proprio dai desideri, da ciò che immaginato ci fa stare meglio, da un’immagine di noi stessi che spesso risulta nascosta sotto una scorza di doveri, di compiacenza, che alimenta nel tempo stati d’animo negativi, rancori, aspettative frustrate, e malcontento generalizzato, relazioni difficili e conflitti stremanti,.
Quindi attraverso il coaching di fatto che si fa?
Si fa pulizia.
Si fanno ri-emergere i desideri profondi, i sogni, le emozioni.
Ci si allena a parlare un nuovo linguaggio, a riconoscere e dare un nome ai propri stati d’animo, quelli che spesso travolgono e muovono le nostre azioni.
Ci si allena a riconoscere quei tratti caratteristici che ci possono guidare alla realizzazione di quegli stessi desideri che sentiamo appartenerci.
Ci si scopre attraverso una spolverata alle proprie potenzialità, magari dimenticate per anni, magari mai sospettate.
Lo si fa in compagnia, lo si impara a poco a poco, ci si confronta con con il coach, si visualizza la meta che ci si prefigge e ci si impegna dando fondo a tutte le risorse, per renderla obiettivo raggiungibile.
La motivazione è una conseguenza che nasce dall’emozione di vedere ciò che non si vedeva e che si vorrebbe raggiungere.
La fatica l’impegno sono gli strumenti che attivano la perseveranza, nel percorso scelto per raggiungere il nuovo stato. 
Parlare di coaching, per poter vedere, come ci insegna la psicologia Gestaltica, sia la figura in primo piano che lo sfondo della nostra vita, e giocare con i due piani nella consapevolezza che ambedue appartengono alla nostra realtà.

 

 

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